| L'ENI e l'affare delle sabbie bituminiose in Africa |
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| Mercoledì 18 Novembre 2009 08:41 |
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L'estrazione di combustibile dalle sabbie bituminose è fortemente controversa, in quanto consuma più energia di quanta ne produca. Tanto più che le foreste del Bacino del Congo sono candidate ai fondi per la conservazione, in virtù del prezioso servizio di sequestro di carbonio da esse assicurato.
Al tempo stesso l'ENI ha accompagnato il progetto ad un piano per lo sviluppo di coltivazioni per la produzione di bio-combustibili, dalla jatropha all'olio di palma. L'espansione di queste piantagioni comporta al tempo stesso l'avanzata delle piantagioni e l'espropriazione di campi di sussistenza dei contadini locali. L'area interessata dalle attività dell'ENI in Congo, quella di Tchikatanga e di Tchikatanga-Makola, si svolge su un territorio di 1.790 chilometri quadrati. La posizione esatta delle piantagioni di palma da olio è sconosciuta, ma si sostengono 70.000 ettari di terra "attualmente incolta" L'ENI sostiene che nessun progetto coinvolgerà la foresta pluviale e le aree ad elevata biodiversità o il trasferimento forzato delle popolazioni locali. Ma dalle stesse ricerche condotte dalla società petrolifera, risulta che l'area in cui si ricaveranno le sabbie bituminose è per circa il 70 per cento ricoperta da foreste e da zone molto sensibili dal punto di vista ambientale, come viene per l'appunto svelato nel rapporto. Lo denuncia la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM), che partecipa alla pubblicazione di un rapporto d'indagine elaborato con BankTrack, Commissione Gisutizia e Pace, Fondazione Banca Etica, Friends of the Earth, Misereor, Rainforest Action Network, RPDH, Caritas
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